PER UNA CITTÀ SICURA: VIVA, GIUSTA E INCLUSIVA.
La città e la “sicurezza”: un cambiamento profondo.
Città e sicurezza sono da sempre strettamente intrecciate, anche se questo legame è cambiato profondamente nel corso del tempo. Le città nascono, infatti, come luogo in cui persone e commercio sono “al sicuro” rispetto a un territorio esterno (“fuori dalle mura”) insicuro, luogo di atti criminali, perché privo del controllo delle autorità pubbliche.
In periodi più o meno recenti (a seconda delle dinamiche sociali del Paese in cui si trovano, delle dimensioni…), al contrario le città sono diventate il luogo della “insicurezza” sia sotto il profilo dei reati commessi e dei comportamenti “devianti” (che si concentrano maggiormente nei tessuti urbani) che dal punto di vista del disagio sociale, del degrado urbano, dell’inquinamento, della cementificazione. Sono cambiamenti che registriamo anche a Treviso, in particolare negli anni più recenti.
Si tratta di processi legati tra di loro ma la cui connessione non sempre viene riconosciuta da una parte consistente dell’opinione pubblica, spaventata prevalentemente dai comportamenti violenti e dalla microcriminalità.
Per tentare di dare risposta alla “richiesta di sicurezza” dei cittadini, però, questi legami vanno presi in considerazione con grande attenzione.
Al contrario, quello che prevale largamente (anche, e soprattutto, nella nostra città) è un approccio emergenziale: ordinanze del Sindaco, provvedimenti del Prefetto e del Questore (fogli di via, Daspo, “zona rossa”…) che, per la loro stessa natura, danno risposte occasionali, temporanee, circoscritte, non adeguate ad affrontare “in profondità” un problema delicato come quello della sicurezza della città, che richiede un aggiornamento strategico della capacità analitica di controllo, una strumentazione di monitoraggio e comunicazione efficace al servizio del cittadino (Comunicazione Trasparente: Un portale web con dati periodici, nel rispetto della privacy, su reati e interventi, per costruire fiducia e contrastare fake news), un coinvolgimento attivo di più attori e soprattutto delle politiche integrate che garantiscano un ventaglio coordinato di politiche di sicurezza, sociali, culturali, educative e di rigenerazione urbana.
L’azione politica che si deve mettere in campo però non può trascurare di agire anche a livello sovracomunale: da un lato è necessario chiedere maggiore risorse al Governo per una politica della sicurezza, che intesa dal nostro punto di vista, implica non solo uomini ma anche un miglioramento degli strumenti organizzativi per impiegare al meglio le forze dell’ordine, ma anche risorse per le politiche di inclusione sociale e prevenzione, al fine di contribuire alla tessitura di una società coesa e partecipata, che non crea disagio e devianza con logiche di incuria, emarginazione, etichettamento e criminalizzazione indiscriminata e strumentale; dall’altro lato è necessario – come da anni chiediamo e adesso propone l’amministrazione comunale di Silea – avere una politica di respiro comprensoriale e provinciale, che comprenda che le risorse da impiegare nel capoluogo vanno a coprire non solo i residenti ma anche gli utilizzatori della città: ciò significa ad esempio maggiori risorse per le politiche sociali e per le politiche giovanile, specialmente per intercettare il malessere e il disagio giovanile, rilanciando delle politiche giovanili ambiziose e anche presenti e capillari in tutta la provincia. Nel passato si è fatto con risultati positivi, si può replicare. E si può essere più ambiziosi, ne va del futuro della nostra società. Si tratta infatti di costruire una società pacifica perché equa e sicura.
Ipotesi di lavoro per una risposta da parte dell’amministrazione comunale.
Anche tralasciando tutti i problemi legati alla insicurezza “reale” dei cittadini che derivano dalla mancanza di adeguati servizi pubblici e dal degrado ambientale, non è possibile dare una risposta alla “richiesta di sicurezza” senza prendere in considerazione i problemi che nascono dalle situazioni di disagio economico e sociale.
Si possono ipotizzare tre ambiti di intervento dell’amministrazione comunale, partendo dal presupposto che non sono di sua competenza tutti gli aspetti legati al giudizio penale, alla carcerazione preventiva e alla “certezza della pena” che sono di competenza del Parlamento e del governo e di cui l’attuale maggioranza si è occupata in questi tre anni sfornando “decreti sicurezza”, aumentando le pene, introducendo nuovi reati. Non pare, però, che questa sequela di provvedimenti abbia portato ai risultati voluti.
Tra l’altro, i provvedimenti di polizia, i processi, le pene intervengono sempre quando il reato è stato compiuto, la violenza è stata subita mentre l’obiettivo principale dovrebbe essere quello di evitare che gli atti violenti vengano compiuti. Vi è quindi un lavoro di prevenzione e di educazione da mettere in campo.
L’effetto deterrente delle pene, poi, pare tutt’altro che scontato. Non solo, come la ricerca sociale e psicologica dimostra (cfr. la teoria del vetro rotto di Zimbardo), per non tralasciare nemmeno la lezione di un classico come Cesare Beccaria, è molto più efficace un presidio continuo, con un microintervento diretto e permanente che non misure forti occasionali.
1. Una città illuminata, curata, attraversata dalle persone è una città più sicura. Sì alla città, aperta e viva, No alle “zone rosse”. In questo primo ambito sono compresi gli interventi necessari per garantire una illuminazione pubblica adeguata, oggi carente, il rafforzamento della videosorveglianza e una presenza costante della polizia locale in tutta la città, polizia che va portata in strada e ben visibile, anche come punto di contatto tra le istituzioni e i cittadini, polizia che negli ultimi anni è stata disimpegnata o dispersa in attività da affidare ad altri attori della sicurezza. Maggiore illuminazione, videosorveglianza e presenza continua per la città di polizia municipale sono utili elementi di deterrenza.
Di ulteriore valore sono, indubbiamente, gli interventi di “cura urbana” necessari per rendere strade e piazze più gradevoli.
Ma l’elemento centrale è sicuramente la vitalità del tessuto urbano, la presenza di attività (sociali, culturali, commerciali…) che favoriscono l’”attraversamento della città” da parte di un numero sempre maggiore di persone che è la vera “condizione di sicurezza” del tessuto urbano, la cosiddetta “sicurezza partecipata”.
Si tratta di interventi di cui l’amministrazione comunale può, in alcuni casi, farsi direttamente carico e, in altri, fungerne da promotrice e coordinare tutti i soggetti che possono contribuire alla rivitalizzazione del contesto urbano: istituzioni scolastiche, società sportive, commercianti, residenti, associazionismo, volontariato, sindacati, associazioni di categoria.
Ad esempio, invece che pensare superficialmente agli “esercizi etnici” come “cause” del problema, i loro titolari andrebbero coinvolti perché è molto più importante il loro contributo appunto al “presidio sociale” del territorio di quanto non lo sia la presunta “attrattività” di persone violente.
Con questi esercenti va stretta una alleanza perché la presenza delle loro attività dia sempre più vitalità alle zone in cui si trovano e rappresenti un deterrente a comportamenti violenti: le uniche strade e piazze sicure sono quelle frequentate dalle persone e rese vive da negozi ed esercizi pubblici, “perfino” quelli etnici.
Si arriva fino alle politiche urbanistiche perché il proliferare di supermercati nel territorio cittadino, inevitabilmente, indebolisce il tessuto del commercio di vicinato che, invece, è un elemento di “presidio sociale” del territorio.
Siamo contrari alle “zone rosse” perché non contribuiscono ad affrontare i problemi ma solo a “spostarli” da un luogo all’altro della città e perché la percezione (psicologica e sociale) di insicurezza viene alimentata dall’attribuzione di pericolosità ad alcuni quartieri che è implicita nella istituzione delle “zone rosse”.
Il tema vero è quello di una città viva, ricca di iniziative culturali e ricreative, illuminata e vivace, con una presenza ramificata di esercizi commerciali e una ricca attività di centri e attori culturali.
2. La “questione giovanile”. Prima e più della repressione, rispetto ai fenomeni di devianza giovanile serve una “politica della strada”, prima di tutto affidando a degli operatori di strada il compito di incontrare i ragazzi e dando vita a un vero e proprio “piano di intervento” concordato con tutti i soggetti che possono contribuire ad affrontare la questione: associativi, di volontariato, culturali.
Di quanti operatori di strada dispone il Comune? Ne sono presenti in città altri? È possibile pensare che l’amministrazione comunale aumenti il proprio impegno in questo ambito, anche dotandosi di maggiore personale? C’è un progetto per interventi “a bassa soglia”, in particolare per quanto riguarda il problema delle tossicodipendenze?
Per i ragazzi che vivono in città e la frequentano devono aumentare i luoghi di incontro e di aggregazione che non possono essere solo quelli dello shopping e dello spritz, inevitabilmente negati a chi non ha soldi in tasca.
I luoghi pubblici della socialità (centri civici e sale prove per chi suona, spazi per concerti…) devono essere una alternativa praticabile e per le ragazze e i ragazzi che non vogliono (o non possono) scegliere gli acquisti e gli aperitivi.
Si deve aprire una grande riflessione sulle politiche giovanili a tutto tondo, per moltiplicare le occasioni di impegno, aggregazione e senso per le nuove generazioni, da ascoltare e valorizzare. Bisogna promuovere una politica per la presenza giovanile, pensando anche al potenziamento di una residenzialità degli studenti universitari legata ad una maggiore presenza delle stesse università.
Non possiamo limitarci a condannare gli effetti del malessere giovanile, si tratta piuttosto di promuovere una sana e ricca presenza giovanile, dando opportunità di realizzazione e di arricchimento culturale e ricreativo.
3. Andare più a fondo: lavorare per rimuovere le cause del disagio economico, sociale.
A fronte della attuale situazione l’amministrazione non può limitarsi a raccontare quello che già fa e a chiedere (doverosamente) maggiori risorse allo Stato, è necessario che cambi le proprie priorità di intervento e di destinazione dei fondi disponibili, in diverse direzioni:
– i servizi comunali che lavorano sul fronte del disagio economico e sociali vanno rafforzati,prima di tutto con l’assunzione del personale necessario: assistenti sociali, operatori di strada,
mediatori culturali;
– la priorità nell’assegnazione dei fondi di bilancio va spostata verso l’ambito degli interventi sociali, ad esempio dalle strade (per cui il Comune spende ogni anno svariati milioni di euro) al recupero degli alloggi pubblici di proprietà comunale ma inutilizzabili;
– vanno aumentati i fondi per il diritto alla casa con cui il Comune deve rispondere alle richieste di contributi per il pagamento dei canoni di locazione, degli interessi sui mutui, delle spese condominiali, delle bollette;
– vanno quantomeno monitorati i fenomeni della finanziarizzazione delle abitazioni presenti in città e delle locazioni turistiche per capire la loro incidenza sul mercato della casa e tentare di predeterminarne il peso nel prossimo futuro;
– va stretto con ATER una qualche forma di accordo che permetta di evitare lo “spettacolo” già visto più volte di persone sfrattate dall’ente senza alcuna possibilità di procurarsi un tetto sotto cui vivere e prima che il Comune fosse in grado di trovare una soluzione abitativa. Vanno predisposte e promosse politiche di accompagnamento all’abitare che sono assolutamente strategiche.
Va, infine, valutata la questione della “sicurezza” per come la vedono i presunti “altri”, le vittime della povertà, del disagio economico e abitativo per le quali insicurezza significa scarsità di reddito, rischio di sfratto, povertà educativa. Anche loro, quindi, percepiscono isolamento e solitudine e hanno paura del futuro: non è con la “guerra tra poveri”, con la “competizione” sui diritti che si affrontano i problemi della sicurezza, semmai si rischia di aggravarli creando spirali di diffidenza e ostilità.
Gli interventi locali mirati a ridurre la discriminazione socio-culturale e i fenomeni di “ghettizzazione” di alcuni gruppi sociali possono contribuire in modo significativo a migliorare la vivibilità per tutti i cittadini. Anche in quartieri altamente “problematici” l’intervento dell’amministrazione comunale, insieme al volontariato e all’associazionismo, può contribuire a sviluppare la partecipazione e il senso di comunità, coinvolgendo l’intera cittadinanza nelle iniziative per rivitalizzare gli spazi urbani. È fondamentale promuovere strumenti di welfare comunitario, coinvolgendo nella progettazione sociale anche il terzo settore. È fondamentale lavorare sull’inclusione sociale!
La sicurezza urbana: questione di giustizia sociale, non solo di ordine pubblico.
Riteniamo, quindi, che vada approfondita la tematica della sicurezza urbana come questione di giustizia sociale, non solo come problema di ordine pubblico, e che vada costruito, soprattutto da parte dell’amministrazione cittadina un approccio alla politica della sicurezza come “politica integrata” che tiene insieme la gestione degli strumenti di controllo, l’integrazione sociale, le scelte urbanistiche, il contrasto al degrado, lo sviluppo culturale e di luoghi di aggregazione che diano vitalità nuova non solo al centro ma anche ai quartieri.
Non è con le giaculatorie giustizialiste che si affronta un problema così delicato, né solamente con gli strumenti emergenziali ma con la fatica di costruire un modello di “sicurezza per tutte e tutti” che dia risposte ai timori, diversi e giustificati, di fasce sociali che vivono problemi profondamente diversi.
È con una risposta di cura, rigenerazione, sviluppo economico di qualità e inclusione che la città può svolgere un rinnovato ruolo di luogo della sicurezza. Una sicurezza che diventa benessere, equità, sostenibilità.