Il dibattito pubblico si è impoverito, sostituito da una retorica del conflitto che rende impossibile discutere serenamente di Costituzione e istituzioni. La riforma costituzionale proposta dal Governo presenta un grave vizio di metodo, si inserisce in un contesto di accentramento dei poteri e contiene meccanismi che minano l’equilibrio tra magistratura, Parlamento ed esecutivo. Per responsabilità democratica, è necessario dire No: non per conservatorismo, ma per difendere la qualità della Repubblica.

Di Giovanni Tonella

Vorrei partire da una premessa. Purtroppo, nel nostro paese la qualità del dibattito pubblico si è fortemente degradata. Al posto di un discorso di merito, rispettoso delle regole della discussione razionale e fondato su premesse comuni, si è imposto un linguaggio politico dominato dalla caricatura delle ragioni dell’avversario, dalle tecniche sofistiche per aver ragione, da una retorica eristica aggressiva e manipolatoria.

In altre parole, si è affermato un discorso strategico che non riconosce più i diritti aletici — cioè il diritto alla verità e alla sincerità argomentativa — che dovrebbero appartenere a ogni cittadino in una democrazia avanzata.

Questo mutamento non sorprende. La politica, per sua natura, è luogo di conflitto. È un campo dove la divisione è inevitabile perché, come ricordava un filosofo politico conservatore ma lucido, “le questioni politiche sono soggette ad approvazione e disapprovazione, scelta e rifiuto, lode e biasimo: è della loro essenza non essere neutrali”. Persino chi condivide gli stessi ideali può ricorrere a comportamenti scorretti o opportunistici, da free rider, a volte sostenuti da menzogne inverosimili.

Tuttavia, per evitare una deriva incontrollabile che renderebbe intrattabile il conflitto e avvelenerebbe la convivenza, occorre recuperare la logica della discussione rispettosa. In una democrazia il confronto dovrebbe essere incanalato in forme che riconoscano all’interlocutore pari dignità e ascolto, senza che la contrapposizione degeneri in delegittimazione.

Dopo un’attenta riflessione ho deciso, davanti alla proposta di riforma costituzionale avanzata da questo Governo — e sostenuta anche da settori minoritari della sinistra e del PD — di scegliere convintamente di aderire alla posizione espressa dal Partito Democratico e votare No. Torno a farlo con convinzione, anche perché in occasione dell’ultimo referendum costituzionale, quello sulla riduzione del numero dei parlamentari, mi ero invece discostato dalle indicazioni del partito. Allora votai contro, giudicando quella scelta subalterna al clima antipolitico di lungo corso e funzionale all’indebolimento della rappresentanza e del Parlamento, oltre che al rafforzamento del peso plutocratico nella dinamica politica.

Nel caso attuale, distinguerei almeno quattro ordini di ragioni per votare No: ragioni di metodo, di merito, di contesto e di prospettiva.

1. Il metodo: lo sfondamento del confronto costituzionale

Il metodo, a mio avviso, è la prima e più decisiva ragione del No. È un aspetto sorprendentemente sottovalutato, ma così significativo che da solo giustificherebbe la contrarietà della riforma. La rilevanza del metodo discende sia dalla lezione degli ultimi decenni sia da una considerazione generale sui processi costituenti, e in particolare sulla nostra Costituzione.

Come osservavo già nel 2016, la cosiddetta Seconda Repubblica è stata attraversata da momenti di convergenza sulla necessità di aggiornare la Carta, esigenza avvertita sin dagli anni Ottanta con la nascita di commissioni ad hoc, ma anche da tentativi unilaterali che l’hanno trasformata in terreno di battaglia politica: le riforme Berlusconi e Renzi, respinte dal voto popolare. Queste esperienze hanno aperto una fase di contrapposizione permanente, facendo della Costituzione un oggetto di ordinario scontro politico, con conseguente logoramento della sua funzione unificante.

Oggi, tuttavia, ci troviamo davanti a un salto di qualità. La riforma in discussione è interamente di origine governativa, non parlamentare, e ha seguito un iter privo di confronto reale nei due rami del Parlamento, senza un solo emendamento. È un fatto inedito e grave, perché rappresenta una rottura del metodo costituzionale fondato sul dialogo e sulla ricerca di consenso.comprende anche la riforma del premierato e l’autonomia differenziata: un pacchetto di modifica della Costituzione predisposto dal Governo e imposto ai gruppi parlamentari. Questo modo di procedere segna una deriva istituzionale: la legislazione costituzionale, che dovrebbe nascere da un dialogo tra forze diverse, diventa di fatto di esclusiva iniziativa dell’esecutivo. Per principio è giusto e necessario opporsi, perché ne va della serietà della politica e della stessa qualità democratica del paese.

Questa prima ragione di metodo apre naturalmente a considerazioni di contesto e di prospettiva.
Le riforme oggi proposte si collocano in un disegno coerente di mutamento dell’equilibrio costituzionale, volto a rafforzare l’esecutivo e in particolare il Premier, a scapito del Parlamento e del Presidente della Repubblica nel suo ruolo di garanzia.
Un tale scenario, se collocato nel clima politico internazionale, appare ancor più preoccupante.

2. Il contesto e la prospettiva: la crisi della democrazia occidentale

Il contesto politico contemporaneo mostra chiaramente le difficoltà delle democrazie liberali.
Negli Stati Uniti assistiamo a un conflitto interno che mette in discussione la sopravvivenza stessa delle istituzioni democratiche. In molti Stati europei avanzano forze antieuropeiste e illiberali, spesso inclini a modelli di potere personali o plebiscitari. La stessa Unione Europea, travolta da crisi economiche e geopolitiche, fatica a difendere i propri principi fondanti.

Pensare che il nostro paese sia immune da questa tendenza sarebbe illusorio. Anche da noi si è progressivamente affermata una cultura politica che privilegia la decisione immediata rispetto alla mediazione, l’efficienza del comando rispetto alla complessità della rappresentanza.Sotto la superficie delle procedure democratiche si intravede l’evoluzione verso forme di democrazia plebiscitaria, dove il potere è concentrato e la dialettica dei poteri si attenua.

Di fronte a questo scenario, il metodo di riforma scelto dal Governo si carica di un significato simbolico e politico: trasformare la Carta senza cercare una base condivisa equivale a rimettere in discussione l’intero patto democratico.In un’epoca segnata da una “guerra civile a bassa intensità” nel mondo occidentale, difendere l’equilibrio costituzionale non è un gesto formale, ma un atto di vigilanza democratica.

3. Le questioni di merito: un equilibrio spezzato nella giustizia

Venendo al merito, riconosco che la riforma tocca un tema reale, quello della separazione delle carriere nella magistratura, discussa da tempo anche a sinistra. Ci sono sempre stati due approcci: chi ritiene la distinzione necessaria per assicurare piena parità tra accusa e difesa, e chi teme che un’eccessiva specializzazione crei un corpo requirente autonomo e potente, sbilanciando l’equilibrio tra le parti.

Personalmente, condivido la preoccupazione per un’eterogenesi dei fini: riforme nate con intenti garantisti potrebbero tradursi, in pratica, in un rafforzamento della parte inquirente. La riforma Cartabia ha già consolidato la distinzione funzionale; ciò che oggi viene proposto va oltre, dividendo l’unico Consiglio Superiore della Magistratura in due organismi distinti e creando un’Alta Corte di Giustizia con funzioni disciplinari.Questa scelta indebolisce l’autogoverno e frammenta la cultura giurisdizionale. Il nuovo sistema di sorteggio — secco per i togati e temperato per i laici — introduce un elemento di casualità incompatibile con la natura rappresentativa e fiduciaria del CSM. Attribuire il sorteggio come metodo selettivo per un organo di garanzia significa rinunciare all’idea che la fiducia tra magistrati e rappresentanti sia la base dell’autogoverno.

Il rischio è duplice: da un lato, avere membri privi di autorevolezza e facilmente condizionabili; dall’altro, aprire spazi di controllo politico attraverso la definizione delle liste dei laici, affidata per legge ordinaria alla maggioranza del momento. In questo modo, la magistratura viene indebolita proprio nella sua funzione di contrappeso e di tutela dei diritti.

Anche l’Alta Corte di Giustizia presenta nodi problematici. Sottrae al CSM la funzione disciplinare, creando un giudice speciale potenzialmente in contrasto con l’articolo 102 della Costituzione, elimina il ricorso alla Corte di Cassazione e consente solo un appello davanti a sé stessa. Inoltre, non è presieduta dal Capo dello Stato, come logica di equilibrio avrebbe suggerito. Tutto ciò riduce le garanzie interne ed esterne di indipendenza e rende la magistratura più esposta all’influenza dell’esecutivo.Alla luce di queste considerazioni, di metodo, di contesto e di merito, la scelta del No alla riforma costituzionale è, per me, inevitabile. Non si tratta di un rifiuto conservatore, ma di un atto di responsabilità verso la democrazia e verso la politica stessa.

Dire No significa riaffermare il principio che ogni grande revisione della Carta richiede condivisione, confronto, partecipazione; significa opporsi alla tentazione del potere di piegare l’architettura istituzionale ai propri obiettivi di breve periodo.

Una vittoria del No rafforzerebbe la credibilità della politica democratica, restituendo senso alla discussione pubblica e dignità al metodo del dialogo. Soprattutto, riaffermerebbe l’idea che la Costituzione non è uno strumento del Governo, ma la casa comune di un popolo che riconosce nei limiti del potere il fondamento stesso della libertà.

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